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KirsilviëIl Tempio della Luce dell'Aurora |
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Carta d'Identità Virtuale
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November 14 La querciaNel vento dell'inverno
e nel sole dei sorrisi
di canti e risa
risplende ora immensa
ciò che un tempo era ghianda
ed ora
il sole che l'intaglia
annuncia come lama d'orizzonte
la primavera dell'anima.
DG
Haiku di notteE nella notte
cade tetra la neve
pianto del sogno.
Davide Gorga
September 17 ImmensoE ho visto il sole
dalla collina stessa
su cui tu bambina
l'osservavi accarezzarti
nell'aria di cristallo
e il miracolo
nell'odore di pane fresco
del mattino d'incanto
ormai
non è più miraggio.
E nello spiazzo lucente
all'ombra dei castagni
dinanzi alla chiesa
consumerò la vita
nell'oro.
Davide Gorga
September 06 Un tempo e oraIl taglio infinito dell'orizzonte,
il calice d'oro
del suono della campane
rovesciato sul mare.
Sulle colline,
la tua casa imbiancata a calce;
una volta arrampicata dal muschio
ora senz'anima del tempo.
È l'oblio dell'infanzia
quando sovrastava il cielo
l'immenso dei tuoi sogni
fioriti come gocce di brina.
Davide Gorga
July 26 Jehanne DarcIntervento nuovamente dedicato al racconto di un'amica... [ Jehanne Darc - per leggerlo click qui ] Brano onirico, storico, spirituale che avvince ed invita alla riflessione.
[ link alternativo: http://www.davidegorga.it/letture.htm#jehanne ]
Davide Gorga Amore«La passione passa, e subentrano le prove ed i sacrifici, ed è allora che veramente si mette alla prova il reale affetto per la propria moglie1. Fin quando si sente il cuore solleticato ad amare è facile, ma quando passa questo passeggero sentimento, ecco che allora scatta l'eroismo, l'amore puro che, proprio perchè provato, acquista nuove dimensioni di profondità ed affetto sconosciute. Se fosse rimasta la passione iniziale, tutto sarebbe rimasto paludosamente nella superficialità del sentimento, pur sempre, passeggero.»
Libellula Silenziosa
1J.R.R. Tolkien (da una lettera al figlio)
June 29 Il ponteLa luna splendeva alta sul ponte, piena, riversando il suo argento sulle onde. Le due figure sedute sul parapetto in pietra guardavano giù. I capelli neri della ragazza si confondevano con quelli castani del giovane, le loro carni pallide erano avvolte da vesti lacere di cotone. Lo sciacquio del fiume era l’unico rumore. Uguale, eterno, come la danza delle stelle sopra di loro. Ruotavano lentamente in un’estasi antica. “Giornata di festa!”, esclamò la giovane, sciogliendosi dall’abbraccio e illuminandosi di luna; intorno a lei un’aura magica si disperdeva. “Che vuoi dire?” le rispose il giovane inframmezzato dal rumore dell’acqua. “L’estate è vicina, Christian. Abbiamo messo da parte un po’ di soldi e ce lo possiamo permettere, prima un bel bagno e poi lasciamo i vestiti estivi in tintoria!”, riprese la giovane illuminandosi. “Sarebbe anche un buon modo per farci una doccia. Temo che ne abbiamo bisogno, Eli.” L’altra rise; “Lasciami odorare.” disse, e gli si avvicinò annusandolo come farebbe un cane. “Salame!”, esclamò infine; “Buono!”, concluse poi con allegria, e fece finta di addentarlo; il giovane la schivò ridendo.
Alla luce del sole, abbagliante, si stendeva il mare che splendeva in lontananza di una parvenza di eternità. La spiaggia, quasi deserta, era frequentata da pochi bagnanti che assaporavano i primi tiepidi raggi del sole. Solamente i due ragazzi si erano lasciati accogliere dall’abbraccio freddo del mare. Avevano lasciato i vestiti sporchi in una lavanderia automatica del centro e si erano incamminati mano nella mano, con solo una maglietta sopra il costume. Ora il mare, ancora freddo per il lungo inverno, li accoglieva e li purificava. La ragazza si tuffò più volte nella distesa di smeraldo, riemergendo tremante e raggelata, ma ogni volta più viva. Infine, aveva trascinato Christian con sé‚ sotto la superficie, posando un bacio sulle sue labbra. Quando i ragazzi erano riemersi si tenevano per mano, come a formare un cerchio magico, e non vi era più mare nello spazio dello spirito fra di loro. Lo scroscio dell’acqua sulla pelle. Violento e benedetto. Forte. Lavava via il sudore e la stanchezza di mesi interi di stenti. Era il paradiso che scendeva sulla terra, freddo e intenso come l’acqua gelida che li aveva benedetti. Ed infine furono di nuovo sulla strada.
“Avevi ragione.” disse il ragazzo mentre avanzavano lentamente sul lungomare. “Su cosa?”, chiese la giovane, ed i suoi capelli corvini, ora lucidi e puliti, brillavano bagnati al sole; “Su tutto”, rispose Christian evasivo “Come al solito”, riprese l’altra; “Io ho sempre ragione”, concluse ridendo.
La lavanderia era al piano terra di un edificio stanco poco lontano dal mare. I ragazzi si fermarono a riprendere i vestiti e li indossarono, ed ora finalmente profumavano di pulizia e candore. La ragazza si fermò un attimo, triste, quasi in trance. “Elisa, che cos’hai?”, le chiese l’altro. Ma quella si limitò a scuotere il capo. Sorrise. E fu un sorriso più splendente del sole.
Il ponte li aspettava nuovamente con il suo cordoglio d’acque. Addossato a un muro di contenimento, un grosso contenitore di cartone si apriva come un armadio a due ante, e affianco ad esso un altro, più basso e lungo, era coperto da una cerata blu. I ragazzi aprirono il cartone più alto e trovarono ancora al loro posto una chitarra ed un flauto. Elisa impugnò la chitarra e si cimentò in un paio di accordi. “Che dici, sembro una stella del rock?” chiese con una finta voce roca. Christian rise: “Per niente. Andiamo”, e s’incamminarono verso la città scintillante di luci di cui un tempo avevano anch’essi fatto parte.
Il flauto disegnava le cime dei monti coperte dalla neve fiorita, lo sbocciare delle nuove gemme nella radura del sogno. La chitarra contornava della dolcezza dei boschi in rigoglio e della danza scrosciante dei ruscelli l’incantesimo intessuto nella piazza. Le monete che cadevano intorno cantavano anch’esse al suono magico.
Infine la piazza si svuotò, ritornando ad essere l’angolo sporco di sempre. I giovani raccolsero le monete e se ne andarono anch’essi.
Il ponte li aspettava. Si accoccolarono l’uno affianco all’altra, raggomitolati in quell’abbraccio privo di sesso che li accoglieva da anni. La notte discese e li trovò abbracciati, le mani nelle mani. Nella notte, la scatola di cartone divenne fredda e si strinsero come fratelli. Dolce e incantevole avvolgeva ogni cosa.
Un rumore grigio, frastuono rosso. Violenza e catene. I ragazzi si riscossero ed uscirono da quella che per loro era divenuta una casa. Il sangue di una catena brandita spaccò il cranio di Elisa, il suo bel sorriso bianco si spense nella notte di luna. L’urlo del ragazzo si perse come un grido nel deserto di luna. Sangue sangue sangue. Scorreva ovunque. Il corpo di Elisa era riverso sotto il ponte con il volto nei flutti e l’acqua scorreva rossa. Come un guerriero senz’armi, il giovane urlò. Si scagliò verso il cerchio di fari inumani e di alito pesante. Un ferro lo colpì al torace e lo trapassò. Continuò ad avanzare con le ossa che biancheggiavano nella luna. E poi un altro inferno si abbatté su di lui, facendo rotolare il corpo vicino a quello della ragazza. Mormorò solo il suo nome, “Elisa”; sangue sangue sangue senza risposta. Non c’era più il mare di quell’unico bacio a fior di labbra nel mattino. Poi l’ultimo tonfo sordo fece ancora più rossa l’acqua del fiume. E fu silenzio il flauto.
I fari si allontanarono. Scorreva rossa e schiumava di sangue l’acqua del fiume sotto il ponte muto. Sangue sangue sangue. Scorreva rossa l’acqua del fiume. Il ponte era solo nella notte piena di luna.
Davide Gorga June 14 Ipotesi d'incontro
È uno di quegli amori che non si incontrano mai. Lei era una spiritualità incarnata in un corpo di bellezza che non cessava di ardere, come fuoco di carità lucente, la sua mente poteva facilmente raggiungere i limiti dell’infinito e soffermarsi a meditare su di loro, ed il suo era un chiarore bruciante e chiaro, vivo di luce, di entusiasmo, di voglia di vivere e di far vivere e capace come pochi di un’amicizia sincera e di amore per il prossimo senza ipocrisie. Ma di tutto questo, Diana non era cosciente - poiché la mente viva e pronta è sempre rivolta verso l’esterno, per cogliere l’essenza del mondo, la meraviglia del sole calante, di un’alba brunita, mentre i sentimenti rimanevano ignorati da lei stessa che altro non era se non l’espressione cosciente di quegli stessi incanti brucianti - che risplendevano come un anello d’oro sul fondo di un ruscello. Ma ovviamente Diana aveva anche un corpo, che richiedeva di bruciare e bruciare l’intensità dello spirito, nella danza, nella vita, nelle serate in discoteca. Al suo contrario, Paolo era sempre stato più o meno un orso, e neppure troppo temibile, ma già lacero e sdentato a dodici anni, almeno ai suoi occhi.
Era il perfetto rovescio della medaglia, il mago che non ti aspetti di trovare nel mezzo del racconto, lo sciocco che si avvolge nel mantello sgualcito parlando agli spiriti, ma che sa vedere con nitidezza ogni singola sfumatura dell’anima, completamente rivolto verso l’interno delle cose – e delle persone. Una promessa di un futuro lungo e faticoso, ed in lui ogni fuoco di vita era incanalato verso l’interno ad alimentare sempre di più l’alchimia dell’anima che si concretizzava ogni giorno sempre più viva. Ma anche Paolo ovviamente doveva gestire il suo corpo per la troppa energia che in lui fluiva, ed allora eccolo a calcare i campi da gioco, a lasciare tutto per ritrovarsi in una palestra di karate come un asceta che si ritiri in un tempio.
Ed ora il Tempo era passato, e si ritrovavano in un bar, a distanza di sedici anni, e non credevano a quanto il mondo li avesse cambiati. Diana si era sposata, aveva litigato, aveva cercato un lavoro, e l’oro sotto le acque azzurre si era offuscato, anche se era rimasto visibile agli occhi meritevoli. Era stata lei a chiamarlo, in quel caffé, in quel momento che non sarebbe mai più tornato come tutti quelli di quei lunghi, interminabili, sedici anni gettati via sprecando le proprie vite, come aveva spesso pensato il giovane, come la galaverna - che gela per un giorno d’inverno portando il cielo in terra, e poi scompare.
Se soltanto avessero unito l’esterno con l’interno, il visibile con l’invisibile!
Nel frattempo anche lui era cambiato. Il viso eretto e gli occhi che guizzavano da un punto all’altro sopra un’espressione di comando. Aveva lottato e combattuto, vinto e perso nelle cento battaglie della vita come tutti quanti, ma aveva affinato le sue qualità sino al punto di saper sentire le emozioni di chi gli stava di fronte quasi fossero le proprie. Aveva visto i campi di battaglia. I suoi amici morti. Si era battuto ed era rimasto ferito nel fisico sino a che non aveva più contato le cicatrici, nell’animo altre si erano sovrapposte, più importanti. Era diventato forte, sempre più forte, e ironico. La sua filosofia di vita si era ridotta ad un semplice: “Sei vivo? Allora va bene. Prendi la tua spada e va’!” E Diana come molti ora ne era rimasta spaventata, vedendo che quel viso che non era mai stato pronto al sorriso la guardava con un piglio ostile solo perché questa era diventata con gli anni un’abitudine, mentre lui avrebbe volentieri benedetto il terreno che lei calpestava. Ma il tempo era passato, e di questo egli se ne rendeva conto molto più della ragazza che aveva di fronte, e sebbene si addossasse spesso le colpe di quel mancato ritrovarsi fra compagni d’armi in questa vita, ora sapeva che non era stato solo un suo errore, ma anche il frutto di una libera scelta altrui. Purtroppo.
La Ruota del Tempo gira in un senso solo.
Perché in quegli anni, essendosi addossato ogni colpa e meschinità, aveva avuto la consolazione di pensare che Diana non avesse mai sbagliato. Non era così. Compagni d’armi. Aveva passato così tanto della sua vita a combattere che non sapeva più vedere nelle altre persone che possibili compagni sul campo di massacro.
Dal canto suo Diana era un germoglio fiorito in campi sbagliati, o tale si sentiva. Dal mondo che le si era rivoltato contro, il mondo della sua infanzia in cui viventi ancora la neve e l’affetto era la fede della vita, a quello presente, in cui ciascuno perseguiva i propri interessi; anche il ragazzo che le sedeva davanti e che le sembrava così cambiato. Come aveva sempre cercato il proprio interesse – pensò. Come aveva sempre cercato di coinvolgermi in fatti che non c’entravano niente con la mia vita solo per attirare la mia attenzione... o forse perché si rendeva conto che la sua forza, sola, non era, o non era ancora, sufficiente? D’altronde non aveva mai chiesto nulla per sé. Soltanto un aiuto in chissà quali faccende oscure. Di cui Diana non voleva certo far parte. Ed ora, di fronte a quel viso duro ed esperto, che sembrava conoscere la morte e la morte violenta in particolare molto più di quanto non avesse mai pensato, per la prima volta si chiese “Era giusto il mio giudizio?” e, più spaventata, la sua mente: “Quanto da vicino conosce la morte?”. Ma il sole si oscurò dietro le nubi, e con esso il rapido pensiero passò. Una maschera convenzionale... –Come stai?
Ed i sogni viventi che come neve si posavano piano in quel giorno di febbraio erano ancora in attesa, dopo gli inferni, le solitudini, il sangue, quanto sangue sparso in ogni luogo, dove i bambini avrebbero dovuto giocare con la loro innocenza e parlare con gli Angeli dei sogni nelle notti serene d’estate, i sogni avrebbero dovuto aspettare un’alta vita e un’altra strada – scelta e voluta.
E la Ruota del Tempo continua a girare, portando i pensieri del giovane sulla Via che si era scelto e quelli di Diana sulla casa, la famiglia, sui fatti quotidiani senza rami splendenti di galaverna nell’inverno. Era questa ormai la sua Via.
Il tempo il tempo era passato. “In un’altra vita ci ritroveremo” pensò Paolo, ed iniziò a rispondere, fissando negli occhi la sua promessa di paradiso.
Davide Gorga
June 08 Leggenda di NataleLeggenda di Natale cover - "Leggenda di Natale" di F. De André May 31 Tramonti specchiati
Le preghiere tra il vento La via è passata oltre Davide May 30 L’hiver des anges
Brillent désespérées ce soir Étoiles adamantines d’hier, Noircissent dans le ciel noir; Souffle une brise légère.
Neige rouge brûlante, Neige blanche luisante, Rêve noir semé d’argent; Mémoires de couleurs chantent.
C’était l’hiver des anges, Pâles premières lueurs, Les matins de Vaucouleurs, Les prières parmi les granges.
Dans le ciel noir de mort, Les premiers rayons d’or.
May 28 Il maggio della speranzaEra l’alba — e la cacciatrice nelle foreste d’incanto. Il fiore blu nel prato cresce in una lama di luce. In un forte sui monti ho intravisto il suo corpo candido — un Essere di Luce mi ha indicato la via attraverso la neve. Sotto marmorei cieli azzurri, in cortili abbandonati oltre le palizzate di sogno, sulle terrazze orientali profumate di spezie.
Ho percorso tutte le vie di smeraldo, scalato ogni castello, visto il frusciare dei rami nel sole privo di calore; mi sono bagnato alla fontana magica bambino dopo la corsa. Nei prati del tempo, ho camminato, la neve alle ginocchia — fuoco e ghiaccio — e senza cibo, ho bevuto la neve bianca del perdono.
Sulla mia strada ho incrociato ogni essere spaventoso, i cacciatori e i lupi, ho visto, nelle sere d’inverno, contro ogni mia speranza, aprirsi le porte del cielo, mentre il vento gelido ricopriva ogni splendore — ho sentito la morte bussare alla porta di ogni cuore. Era vestita degli abiti migliori — e le grida delle menti che precipitavano!
In un altro tempo, lei era sotto l’albero delle fate — e di nuovo, alla prima neve, in cammino. Ora l’estate e la neve rossa di sangue. Gli odori dei prati sono lievi, il cammino duro a ogni passo. I Cherubini riversano lo spirito sui pianori; l’ascesa verso il santuario interiore. E al di là delle stagioni, ritorno all’origine. Il sibilo sulle distese candide è lo specchio preparato per la resurrezione.
Ed è di nuovo il maggio della speranza! Mentre corpi e spiriti si accalcano come fantasmi assetati di vita. Un tempo mi sdraiai sotto l’albero delle fate — ebbi l’oro e le armi — ora basta.
Il vento scuote le fronde vive, purifica i basssifondi vinosi, incide il selciato dei vicoli. Sotto le volte dei rami di zaffiro, ritorna, come un sogno, il levarsi del fiore bianco nel buio delle nevi eterne, bianchi sentieri sul corno del nuovo maggio delle battaglie.
Davide Gorga May 13 La Festa del Sake
Mi ero completamente dimenticato della “Festa del Sake”, una festa strana che una ragazza un po’ strana dava tutti gli anni, sempre alla stessa data, in casa di amici e conoscenti, e, quando me ne ricordai, pensai potesse essere una buona occasione per riappacificarmi con una vecchia amica di famiglia con la quale, tempo prima, avevo avuto un diverbio piuttosto acceso per un motivo talmente futile che credevo ormai entrambi avessimo dimenticato l'accaduto. Afferrai il soprabito nero e m’incamminai fino alla stazione che un tempo sorgeva in vista del mare come in un vecchio film giapponese, le case affacciate sul golfo limpido, la brezza che odorava di sale – e che ora, in nome del dio progresso, era stata tumulata sottoterra; un’asettica cavità illuminata solo dalla luce incolore dei neon bianchi. Salii con una certa inquietudine sul vagone nel cuore della montagna, ma ben presto la luce invase il mio scompartimento quando il treno riprese a marciare nel suo vecchio binario unico che l’incuria, benedetta, dei funzionari statali lasciava ancora sopravvivere. Il treno filava lungo il mare lucente come uno specchio, l’aria era tersa. In breve raggiunsi la mia destinazione e, sceso, presi al volo un autobus in partenza; non era esattamente la mia linea, quindi fui costretto ad un giro un po’ lungo ed a cambiare nel largo piazzale incassato fra le gole dei monti, ma l’aria ormai fresca, gli alberi appena fioriti attraverso i quali potevo gustare la primavera del nuovo anno, mi ripagarono appieno. Scesi ad una fermata in montagna e m’incamminai piano, sospirando ad ogni profumo fiorito, ben lontano dalla città fumosa così in basso e lontana, soffocata nella coltre di fumo della zona industriale.
La Festa del Sake era già incominciata, e ragazzi e ragazze erano riuniti intorno al grande cesto di vimini rosso, nel salone della casa, in cui erano ammassate bottiglie e bottiglie di sake, ognuna di marca, qualità e aroma diverso; tante che sarebbero potute servire per tutto l’anno. Nel frattempo i giovani parlavano, ridevano e bevevano sake in minuscole tazzine orientali, ed in quel giorno non avevano più venti o trent’anni, ma erano tutti bambini. E parecchi bambini erano infatti con noi, fratelli, cugini o figli dei vicini di casa, anche se avevamo cura di non farli bere. La ragazza della festa non era ancora arrivata. Mi diressi pertanto dall’ospite, il padre della mia vecchia amica, e quando appresi che per quel giorno non sarebbe intervenuta, eventualità che avevo previsto, estrassi dalla tasca della giacca una lettera indirizzata a lei e la consegnai al vecchio genitore senza il minimo imbarazzo per il suo sguardo corrucciato. Sapevo benissimo che avrebbe voluto vedermi lontano mille miglia da lì, e che considerava una terribile scortesia il fatto che mi fossi presentato in casa sua, ma non me ne curavo. Ormai ero abituato a trattare sul lavoro con persone che mi detestavano (anche se in realtà molte erano meglio disposte), e che si rivolgevano a me dicendo “buongiorno” con un sorriso sulle labbra mentre in realtà pensavano “crepa”; in fondo, avevo trattato la faccenda della riconciliazione come una pratica d’ufficio, e non me la sarei certo presa a male se avesse avuto esito negativo. Era stato una sorta di dovere cui avevo ottemperato, nulla di più. Mentre cercavo di convincermene ero ritornato nella sala principale, dove i miei coetanei si comportavano come bambini – e nel mondo dei bambini, si sa, non c’è spazio per le nostre ipocrisie da adulti: è tutto sentimento, sensazione, intuizione immediata priva di etichetta o di norme sociali. Nel frattempo vidi che anche la festeggiata, o, dovrei dire, la promotrice della festa, era arrivata; stava conversando sottovoce con un ragazzo dai lunghi riccioli castani. Era più grande di me, almeno di qualche anno. Alta, esile, di carnagione bianca e con una cascata di capelli corvini come gli occhi. Perché ogni anno quella festa, quell’allegria che sembrava procurarle tristezza? Non glielo avevo mai domandato.
Il ragazzo fece segno di far silenzio e di sedersi, e tutti ubbidirono, tanto che la sala fu presto orfana delle nostre risa. Io, come un gentleman inglese che partecipi a un gioco di società, mi sedetti a gambe incrociate in circolo, con gli altri, in attesa. Il ragazzo che ci aveva richiamato ci disse che in quell’anno la Festa non avrebbe avuto un “tema”, perché era stata organizzata in gran fretta e non era stato possibile preparare nulla. In effetti ogni anno era stata proposta una “giornata a tema” in cui ciascuno aveva dato il suo contributo, dalla poesia ai giochi di ruolo. Ma ormai, nella vita di tutti i giorni, eravamo uomini e donne molto impegnati: chi si era sposato, chi aveva fatto una brillante carriera, come me; eppure ogni anno, lì, era diverso, riuniti attorno alla cesta rossa dei regali per la promotrice, rigorosamente in tema di sake – non solo bottiglie, ma tazzine, completi e tutto quanto vi fosse correlato – ci dimenticavamo tranquillamente, complice forse anche il liquore, del nostro grigiore quotidiano, e ci ritrovavamo vivi, allegri e colorati come i disegni dei giardini d’infanzia dei nostri begli anni. Quel giorno, forse, non ero stato abbastanza rapito dall’estasi collettiva, e la mia lucidità da buon borghese non era del tutto venuta meno, per cui mi alzai e chiesi, a gran voce, che ci fosse raccontata la ragione della Festa del Sake.
Mi sentii raggelare. L’aria cambiò di colpo. Vidi gli occhi neri della ragazza posarsi su di me, e la sua voce chiedere: “Ne sei sicuro?” – e la mia rispondere: “Sì”. Non ci sarebbero state altre Feste del Sake, pensai senza una ragione, dopo quel giorno. La ragazza rispose educatamente e avanzò verso il centro del cerchio con naturalezza, ma era più bianca del marmo, più fredda di un morto nel suo incedere. Il mio ultimo barlume di raziocinio mi disse che non c’era stato nulla di sacrilego nella mia richiesta, che forse quelle adunate giovanili si erano protratte sin troppo nel tempo. Ma venne messo a tacere immediatamente dalla voce lieve e incantata della ragazza. Ed in quel momento seppi, contro la mia stessa ragione, che quanto di bello e fiorente avevamo conservato come un tacito segreto fra noi, non sarebbe tornato mai più.
«Mia madre aveva sedici anni quando rimase incinta di me. Viveva con i nonni. Mio padre era un fante di marina che ripartì senza riconoscermi. I nonni avrebbero voluto che la mamma abortisse, ma lei rispose che s’impiccassero. Così nacqui io. Da piccola, i bambini mi evitavano e mi prendevano in giro come ‘la figlia del marinaio’, e mi ridevano dietro. E così tutti i giorni ritornavo a casa da scuola lungo la via del mare, sola. E vedevo il sole alto e abbagliante sulle onde, i negozi in fila con la merce esposta, l’odore del mare e del pesce, l’ombra dei grandi pini marittimi dalle cortecce ombrose, la palizzata di legno fradicio, oltre cui si nascondevano mille misteri. In fondo, facevo una vita abbastanza normale. Un giorno, quando ero ancora piccola, venne ad abitare nella casa affianco alla nostra un’altra donna sola con un bambino. Lui si chiamava Franco, ed era troppo insignificante per essere acettato dai suoi compagni... Poiché tutti ci ignoravano cominciammo naturalmente a far comunella. La prima volta fu a scuola, mi fece lo sgambetto mentre salivamo l’ultima rampa di scale che portava alla nostra aula. Io finii a terra ma lo trascinai con me e iniziai a picchiarlo con tutta la forza dei miei piccoli pugni. La maestra ci fece stare in piedi per due ore dietro la lavagna. Quel giorno diventammo amici. Tornavamo sempre a casa insieme, giocavamo insieme, a nascondino, solo noi due, perché gli altri ci evitavano. Ma ci trovavamo sempre. E allora, visto che non riuscivamo a staccarci mai, prendemmo a girare tutto il paese. Ricordo la prima volta che mi aiutò a scavalcare una palizzata; avevo più paura di lui e mi nascosi in un angolo per un bel po’ di tempo; ma quando mi decisi a ritornare gli raccontai che in realtà stavano costruendo un patibolo, una specie di ghigliottina per tagliare la testa a tutti quanti avessero disobbedito, grandi e bambini. Quella sera Franco tornò a casa terrorizzato, e la notte sentii del ghiaino battere contro i vetri della finestra. Mi affacciai: era lui. – Posso salire? – mi chiese, e quando fu entrato in pigiama in camera mia, chiedendomi tremante se quanto gli avevo detto era la verità, non potei trattenermi. Scoppiai a ridere senza dire una parola. Quella notte Franco dormì con me nel mio letto, e per farlo addormentare, spaventato com’era, dovetti raccontargli una favola. Alla fine prese sonno mentre, affianco a lui, gli raccontavo la storia dei Tre porcellini... lo ricordo ancora. Franco dalle nere ciglia, non ho mai visto un essere vivente più bello. Forse perché a vederlo erano gli occhi della mia anima, così triste e malinconica prima del suo arrivo, e così allegra poi.
Era l’età della crescita, più per me che per lui. Ero sempre allegra e in vena di scherzi e la gente del quartiere prese a chiamarmi ‘Felicia’ invece che col mio nome, Valentina. Io e Franco eravamo sempre insieme, correndo per le strade fino ad essere stanchi e sudati come solo i bambini sanno fare. Giocavamo da bambini e continuammo a giocare anche quando ebbi le prime mestruazioni e diventai signorina, come si diceva allora, e alle scuole medie eravamo compagni di banco; quante ore abbiamo passato in piedi fuori della porta della classe! Ma una volta, un giorno che ero stanca e provata, gli proposi di ‘fare fuga’ proprio mentre eravamo in punizione, e Franco mi seguì dopo qualche protesta. Avevo in tasca una banconota e la spendemmo per far colazione al bar del Comune, e tutti quelli che mi incontravano mi chiedevano: ‘Felicia non vai a scuola oggi?’, ed io con aria seria rispondevo ‘No, oggi c’è sciopero dei professori’, e Franco se la rideva. Infine fummo sorpresi da un vigile il cui figlio era in classe con noi; ‘No. Non c’è nessuno sciopero dei professori. E adesso cosa t’inventi, Felicia?’; Franco mi guardò terrorizzato, ma io risposi spavalda: ‘Era solo per non far spaventare la gente. Veramente è andata a fuoco la scuola’, e lo dissi con tanta fiducia in me stessa che per poco quello non mi credette. Fummo sospesi per cinque giorni. Mia madre mi chiamò nella sua stanza, pensavo volesse rimproverarmi, invece mi disse solo: ‘Valentina, oggi andiamo a conoscere tuo padre’, e mi fece salire in autobus con lei. Non ricordo molto di quel giorno, se non che mio padre era diventato, in quel tempo, un uomo simpatico che aveva passato la trentina e che tracannava Chianti come fosse acqua, facendolo scomparire sotto i baffi biondi. Al mio ritorno non dissi nulla a Franco circa la mia ‘scoperta’, nonostante mi soffocasse di domande. In quel periodo avevamo intanto scoperto un nuovo divertimento; non so se mi era venuto in mente vedendo mio padre tracannare tutto quel vino...
Nel frattempo le mie compagne di classe cominciavano a truccarsi, a mettersi i collant e a fare le civette con i ragazzi. Nel mio caso era diverso, perché anche se in classe ero quella che movimentava la giornata, ero il leader, finito l’orario scolastico mi ritrovavo sola, e Franco era tutto il mio mondo. Non ne ero dispiaciuta. Non avrei voluto altro che continuasse così, in eterno.
Io e Franco avevamo stretto amicizia con i proprietari, ormai molto occidentalizzati, di un ristorante cinese, e passavamo il mezzogiorno da loro, pranzando con gli avanzi della sera precedente; quando avevamo terminato, facevamo squillare i bicchieri dell’acqua e chiedevamo a gran voce: ‘Sake!’ Allora arrivava la proprietaria e, come se fossimo stati clienti di gran riguardo, ci portava un completo da sake in porcellana, e ci versava un liquido incolore dal gusto inconfondibile. Io e Franco bevevamo avidamente e le prime volte io feci anche finta di essere sbronza tornando a casa, ma la mia recita non funzionò. Era evidente che quella signora così gentile faceva riscaldare quel po’ di sake che ci passava per farne evaporare l’alcool. Ma io e Franco ci divertivamo un mondo; più di quando, con qualche spicciolo messo da parte, andavamo ai primi Luna Park sommersi di frittelle e zucchero filato e musica a tutto volume. Avrei voluto continuasse così per sempre. Un giorno, la madre di Franco, che lavorava da barista fin da quando era ragazza, venne licenziata, e poiché suo padre, un muratore, era morto prima che lui nascesse mentre impastava la malta travolto da un muro crollato in uno di quei tanti cantieri che assumevano ‘in nero’, e quindi non aveva potuto lasciare alla moglie uno straccio di pensione, non avevano più di che vivere. Invano il vecchio proprietario del bar aveva pregato i nuovi gestori, due ragazzi dai grandi progetti, di tenere la madre di Franco. Ma loro volevano ragazze giovani, carne fresca da offrire ai clienti, dicevano. Io non me ne preoccupavo. Neanche quel giorno che tornai sola da scuola perché Franco non c’era. Pensavo di essergli sufficiente. Se sua madre non avesse più potuto badare a lui, sarebbe venuto ad abitare con me. Il mio fratellino, il mio amico! Il mio mondo.
Quella sera ci fu una grande agitazione lungo i binari della ferrovia. Io sapevo che la madre di Franco era scappata, coperta di debiti, e mi aspettavo di trovarlo a casa mia, pronta a consolarlo o a prenderlo in giro; per cui allungai il passo. Tirai dritto nonostante la confusione. Una volta a casa vidi che Franco non c’era. Così, per ingannare il tempo, tornai ai binari e mentre mi avvicinavo vedevo facce conosciute che si coprivano gli occhi dal pianto. Qualcuno tentò di fermarmi, ma io lo schivai, e giunsi infine alle rotaie.
Franco era disteso di fianco ai binari, in un lago di sangue. Il treno era fermo. Davanti a me vedevo la metà superiore del suo corpo, il volto in un’espressione indefinibile. L’altra parte di quel che mi restava di lui era al di là del treno.»
Valentina prese una piccola tazza di porcellana e si portò alle labbra un poco di sake. In breve tutti si alzarono, storditi. Io passai dall’ospite che mi comunicò che sua figlia e il marito, in nome della fedeltà ai propri ideali di onore e amicizia sincera, non potevano accogliere le mie scuse. Lo salutai in fretta. Rimontai sull’autobus, poi sul treno.
Come sembravano piccole e insignificanti, ora, le occupazioni di ogni giorno, le richieste del capufficio. Rivedevo dinanzi a me Valentina e Franco immobili dietro a palizzate oltre le quali si stendeva l’ignoto. Rivivevo l’abbandono suicida e folle in cui un angelo era stato travolto, eppure, dietro al gesto di morte, vedevo distendersi la vita come un arcobaleno di giovinezza... Era quella la vera vita. D’altro canto, sapevo che non ci sarebbero state altre Feste del Sake. Quella cui avevo assistito e cui avevo posto termine era stata l’ultima.
Davide Gorga
May 09 8 maggio 1429Cinquecentottanta anni fa Orléans era libera dall'assedio.
L'anno millequattrocentoventinove
Ha ripreso a splendere il sole
... così Christine de Pisan ne dà l'annuncio, concludendo:
Mai parlare
udimmo di sì gran meraviglia.
... April 05 InfanziaLa mia ombra segue il corso dei platani, lungo la strada. Il lampo, nella mente e nel cuore, scocca tra nubi viola. Risuona il mio riso nel buio. Sei stato lontano a lungo. Ricordi i giochi, le fate sotto il ciliegio, l’acqua fresca della fontana, l’ombra dei cespugli in cui correvamo?
Sei partito e non sei tornato. Se almeno cadessero ancora scrosci di pioggia sul mio corpo oscuro! L’odore del mare non cancella né i ricordi, né la fragranza bianca della mia pelle, di questo involucro che non si è mai spezzato in un’eterna attesa...
Il lago s’increspava leggero alle nostra risa di bambini. E le figure di sogno sussurravano sfiorandoci tra gli sguardi inquietanti degli alberi come rocce solidi. Ti sei spento come una candela. Non c’è più luce in questa notte eterna, non ci sarà più vita nei tuoi occhi vuoti, nel tuo sguardo che mi ha dimenticato - che ha dimenticato sé stesso.
Dove sei stato? Quanti uomini hai ucciso? Probabilmente nessuno, sei morto tu per primo. Macchina di morte, sudore di sangue, grido d’anima dannata. Sento il mio volto rilassarsi in un sorriso di pianto.
Burattino di carne e sangue, che ne è stato di chi amavo? Il mare è così calmo anche nella tempesta che si riversa tra gli scogli... L’acqua lambisce già le mie gambe; il mondo questa notte sospirerà per me, e del mio respiro ingenuo non rimarrà traccia. Una lama di luce ha squarciato l’orizzonte. Le grida dell’alba, i richiami che disegnano reti di vetro con la forza del vento che scarmiglia i capelli bagnati. Ho ancora con me il tuo ciondolo. Ora, il mare lo conserverà in eterno. Non me. L’oro è inghiottito dalle onde. Chiudo gli occhi tornando sui miei passi. Oggi, in questa nuova luce che sembra dilagare, sono finalmente rinata. E quella crisalide che ti ha inutilmente atteso ora si è liberata del suo involucro, schiudendosi al nuovo sole come i miei occhi, ormai privi di quel rimpianto che non merito. Davide Gorga March 17 DunoisFioriscono i gigli di Francia
sul marmo della tua tomba nel sole che spiove a ricordare speranze, cavalcate su prati d'elfi e fate, mattine di rugiada e tramonti blu nell'alba del mondo pallido alle prime luci, profumato di resina da camini caldi e dolce nella primavera degli ideali, degli incanti. Ora sventagliano i prati lame di luce d'un tempo lentamente obliate nel vento lentamente svanite nella notte lentamente dimenticate nel cielo senza più stelle senza più nomi risuonanti come canti nel mattino. Davide Gorga March 02 Il soleIn me pugnali
affilati e lancinanti
scuri feriscono
l'animo inquieto.
Lastre bianche e blu
di un Santo di vetro
rilucono tranquille.
Nel silenzio del mattino
il sole taglia
in strisce chiare
l'aria del viaggio.
È un incrociarsi
di lame.
Tu sorridi
- il sole ha vinto.
Davide Gorga February 23 Sand CreekSand Creek
indirizzo internet: http://www.youtube.com/watch?v=EeJDRPrjr18
(cover - autori: De André - Bubola)
Davide Gorga February 19 InfanziaDanza di fuoco lieve
ridente nel profumo
del tempo scuro
nella notte e nell'alba,
bacio in sussurro
lungo il viale
fra le palme scure,
favola ridente in volo
e fiori di primavera
nel tuo verdeazzurro inverno,
chioma ricadente castana
sorridente nel vento.
Ora vicina,
ora lontana,
al sommo della collina
come incanto eterno
in vesti di peschi
attendi
il mio ritorno,
tu cuore di loto
alla fine della battaglia.
Oltre il tempo abissale,
separati nel candore,
ci troveremo, ora,
oltre il velo multicolore
nell'immenso
abbraccio
di bianca luce,
nel profumo intenso,
nel tempo che risale
il corso della corrente.
Davide Gorga
February 15 Stelle fioriteArcobaleniche stelle,
nella nebbia lucente
paradiso di notte intensa
e gemma in cristallo iridata, fronde d'indaco,
sogni d'argento, - un fanciullo nel verde dell'Irlanda e il prodigio della vita che cresce Davide Gorga February 04 IndacoCome l'alba alle prime luci,
negli occhi laghi castani,
profumo di fiori
e riso di meraviglia;
nei boschi lucenti di neve,
camminando leggera,
vestita d'indaco
come sogno sorgente al mattino.
Davide January 24 AscesaSotto il sole che piove nel cielo terso, nell'aria calda di un'estate aperta, rimango immobile, lasciando che il tempo trascini sogni e simboli, sogni reali, immagini e luoghi che mi appartengono da sempre e che inesorabilmente cerco, nel lungo viaggio attraverso il mondo. Lontano, contro una parete di roccia, volteggiano ali, elevate e pallide come falci nere; più oltre, il candore della roccia bassa sino ai confini dell'orizzonte si congiunge col mare - ed ancora, nel profondo, risorgono evanescenti vortici d'oro tra colonne di fuoco ardenti e cascate scroscianti, coincidenza degli opposti, oro alchemico, occhio onnisciente nella cecità, suono eterno di lira dalle corde immobili - È la corsa più lunga, l'ascesa più rapida, la vetta raggiunta oltre i confini delle nuvole.
È la strada del sacrificio in cui, ancora una volta, ferito e risorto, riprendo il cammino...
Davide Gorga
January 19 L'inverno degli AngeliNovember 27 Enola Gay
Scorrono i ruscelli di sangue nel fiume; la luce infernale tagliente come acciaio, simile ad un bisturi che tranci occhi e mani di ogni essere vivente, uomini alberi animali foglie vive carbonizzati ed il pianto della bambina sotto un cemento nero Scorrono le vite di biciclette portate a mano sui ponti, lungo le strade, la fatica e il tormento; giovani sorelle si tengono per mano, lontano, lontano nella distesa del mare scintillante il riverbero dorato canta la canzone dell'infanzia e della nostalgia dai primi amori, nelle più chiare città; scorrono e la carne si liquefa al contatto delle lingue infernali che le squartano come agnelli e la pioggia del loro sangue imbeve il terreno Scorrono in continui strali di nubi i bagliori metallici sfrecciando iracondi, angeli caduti vestiti di fiamme verso il trionfo della morte arrossata delle ceneri dei bambini e le ombre nere sul terreno come incubi Scorrono gli argini assolati nell'estate, le pagliuzze gettate nella corrente, l'innocenza della prima età, scorrono i suoni dei campanelli al vento, incantati, scorrono le promesse di primavera sull'altare sacrificale della morte inferna e le risa dei ragazzini morti Scorrono le fiamme come un cerchio concentrico dilaniando le pareti di carta di riso gli occhi liquefatti le carni fuse i roghi dei corpi già morti delle ragazze all'ingresso di scuole dei ragazzi per strada nel loro incanto d'infanzia ed i canti muti per sempre nell'aria da cui piovono sangue carne corpi fiori di morte come parole senza suono. Davide Gorga |
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